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Ho sempre immaginato il teatro come un luogo dove si possono mettere in moto dinamiche che non sono possibili nella vita di tutti i giorni. Come uno strumento che se usato bene è fonte di crescita personale e collettiva. Ho sempre intuito al di là del teatro qualcosa di intimamente utile che non poteva e non può essere ridotto al solo momento spettacolare. Un'utilità intesa come superamento di limiti personali ed oggettivi, come sguardo ed azione coraggiosa verso nuovi orizzonti, come esercizio sincero di libertà. Un'oasi per un confronto profondo con noi stessi ed il mondo deformato che amiamo costruirci intorno. Il nostro teatro è come un teatro prima del teatro, un teatro di là da venire, dove è importante ed essenziale non solo l'evento ma cosa e come si fa. Ed è da questa oasi che a volte ci è capitato di fantasticare un'evoluzione degli uomini tale da far crollare tutto il teatro basato sull'ipocrisia, la falsità e la menzogna. Dove la ricerca della verità e del bisogno di essa sono gli unici ingredienti, motivazioni, validi. Quando io e Annet siamo entrati in carcere, per la prima volta, ci siamo detti che non era un caso. Il lavoro è nato da un confronto lungo e profondo con una realtà e delle persone da cui gradualmente si è sviluppata un'ipotesi di teatro. Il mezzo usato, la chiave di accesso per noi è stata la disponibilità, la pazienza, l'attenzione quotidiana verso questa particolare situazione, l'attesa. Niente di più dell'attenzione verso le persone, la situazione ed il progetto comune. A tre anni dall'inizio credo che il lavoro in carcere sia sempre lo stesso, quello che realmente muta è la consapevolezza dei componenti della compagnia e nostra che porta di volta in volta a una diversa formalizzazione degli spettacoli. Questi sono nati da un'evoluzione ed un bisogno interno, ogni anno abbiamo sentito di dover fare un passo avanti, abbiamo portato a termine quello che avevamo appena intravisto l'anno precedente. Abbiamo ripreso da lì dove ci eravamo fermati. Fino ad arrivare quest'anno ad usare il testo, il teatro, il nostro incontro, come un modo per sognare, per trovare una libertà maggiore e un gusto nel fare che ci era sempre un po' sfuggito. Abbiamo intrapreso un viaggio che ci ha portato anche a allontanarci dal testo e a seguire altre suggestioni: il Savino pittore. Entrando in carcere ho riscoperto un mondo dimenticato, ho ricordato di essere napoletano, di appartenere allo stessa terra, alla stessa emarginazione, come dicono gli altri. Ho riconosciuto gesti, voci e suoni, quelli del Sud, della terra arsa dal sole, quieta sotto la calura estiva dove a tratti il canto delle cicale emergeva forte, quasi ossessivo, e un ulivo era l'unico riparo. Ho ripensato, in certi pomeriggi passati con i detenuti a raccontarci episodi della nostra infanzia, alla vergogna provata quando ancora piccolo un maestro ti diceva "se non riesci a spiegarlo in italiano, dillo in napoletano". A quando più tardi, un po' più grande, scrivevo in un diario: "Verrà un giorno in cui mi troverò faccia a faccia, con chi ha permesso che un bambino si debba vergognare". Credo che dietro a tutto questo ci sia - se proprio ci deve essere qualcosa - una motivazione forte che è la vendetta di un bambino, dimostrare a tanti benpensanti che anche in certi luoghi possono nascere dei fiori e che non c'entra nulla l'azione sociale e il pietismo. Si tratta di teatro, anomalo quanto si voglia, ma è teatro. E se qualcuno per strada mi ha fermato dicendomi: «Qui ci sono dei principi che si stanno perdendo", significa che siamo a un buon punto, anche se i nostri spettacoli sono come i fiori del deserto, nascono, sempre per miracolo, durano, il tempo di un giorno, (forse già tre?).» Armando Punzo
Prima rappresentazione Carcere di Volterra 7, 8, 9 luglio 1991
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