Lettera alla Compagnia
Ecco, si doveva arrivare al momento di rottura di questa linea retta che tende all’infinito, dovevamo fermarci un attimo, riprendere le forze. Sono partito. Come sapete, oggi non entro, si interrompe per un po’ il nostro rito quotidiano, non entrerò in quella stanza e voi non sarete lì ad aspettarmi. L’immagine di quel piccolo teatro vuoto la trovo adesso innaturale, quante linee abbiamo tracciato con i nostri corpi in quello spazio, quanti incroci, incontri, quante parole, sorrisi, tensioni, paure. Lo svuotarsi e il riempirsi è il ritmo della vita che cerchiamo di riscrivere, di piegare ai nostri migliori desideri. Rendiamo fantasma, con il nostro teatro, l’altra parte di noi che vorrebbe imporsi con le sue regole e impellenze quotidiane, la facciamo arretrare per far emergere forze e sensibilità sommerse in noi, a volte ancora sconosciute. Tiriamo la corda fino allo stremo delle nostre forze, della nostra capacità di generare e formulare idee. Solo quando siamo sfiniti, arresi, il carro del teatro si presenta e poi svanisce (prendendo in prestito questa bellissima immagine da Ariane Mnouschkine), lo straordinario appare in questi momenti. La quiete di una attenzione diversa si impossessa di noi in quello spazio non previsto per questi accadimenti. Lavoro da sempre soprattutto per creare le condizioni affinché questo si avveri. Se avessimo registrato tutti i momenti della giornata di tutti i giorni con una telecamera dall’alto, potremmo rivedere le evoluzioni di questa ricerca e i momenti di approdo. Già lo facciamo, già registriamo tanti momenti in cui una vita superiore si presenta tra noi, ma nelle mani di un bravo montatore sarebbe ancora più evidente il miracolo del teatro nel suo avvenire e lo scorrere della vita tangente, parallela, che sostiene questo avvento. Siamo straordinari insieme, siamo il nostro capitale, il solo che conta, un capitale umano prezioso di cui prendersi cura e da spingere verso zone sempre più estreme di libertà, consapevolezza personale, sensibilità verso se stessi, gli altri e il mondo nella sua interezza di altre forme viventi, verso tutti gli elementi che lo compongono, verso la felicità nostra e degli altri, verso un bene comune possibile. Quando ci prendiamo cura del nostro capitale primario, di noi stessi, stiamo aprendo zone di possibilità che si trasmettono e si riflettono nel mondo. Il capitale e il capitale umano. Forse sarebbe meglio dire che l’unico capitale accettabile è il capitale umano. Questa idea si è presentata in me da un po’ di tempo, mentre affrontavamo Cenerentola e Fame. Rileggo l’idea di capitale, l’associo liberamente ad altre ipotesi per me più articolate, complesse, foriere di innesti non scontati, rileggo Marx, rileggo quello che è stato bollato come una causa persa, penso a un corto circuito tra storia passata diventata narrazione di un fallimento, storia attuale che è per me stasi, assuefazione all’esistente senza spinte trasformative, la mia idea di capitale umano, di possibile evoluzione dell’umanità e potenziale capitale umano straordinario. Una filosofia che sembra superata quella di Marx, una reazione a una condizione dell’uomo che voleva indurre a vedere una realtà che sfuggiva ai più, base di una rivoluzione umana e sociale che credeva di poter liberare l’uomo. Difficile da affrontare oggi questa idea che sembra essere smentita dalla storia, dai lager, dai totalitarismi che ha generato, dalla paura di perdere privilegi, dal fatto che tutta l’attenzione era stata posta soltanto nelle condizioni materiali dell’esistenza. Ripenso al libro di Zizek “In difesa delle cause perse”. Avremo da leggere, da approfondire, studiare, associare liberamente con altri autori, con altre ipotesi, alcune anche contrarie. Dobbiamo riprendere a navigare: “ Ulisse non è morto a Itaca”. Nel frattempo, come sapete, in punta di piedi sto rientrando nella vita fatta di sapori di casa, di colori e suoni dell’infanzia. Auguro anche a voi di poterlo fare con questa rinnovata consapevolezza. Questa distanza ci separa, ma io sono anche lì con voi. Vi ho sognati. Stavamo cercando soluzioni ancora più articolate, complesse ed efficaci da offrire al nostro pubblico per la Cenerentola. Eravamo nel campino, nello spazio nero che abbiamo realizzato con altri oggetti e sagome che volevamo fare entrare in quella macchina dell’incanto. Abbiamo fatto tanto, ma tanto è rimasto sepolto nei nostri desideri. Mi sono sentito in collegamento sotterraneo con voi, con me stesso e con il nostro lavoro in comune. Cenerentola continua ad aver Fame, ed anche io. Spero lo stesso per voi.A presto e grazie grazie grazie a tutti e tutte.
Siete la mia forza e il mio senso. Siete forza e senso.
Armando
